lunedì 13 agosto 2018

La valigia blu

Questa è una Valigia Blu.

Piena, stipata fino all'orlo. Chiusa.
Una valigia in attesa. In attesa di partire, o forse di arrivare. In attesa di essere aperta. O forse dimenticata.


Ci sono sogni, dentro la Valigia Blu. Forse illusioni, sicuramente contiene della vita, in attesa di essere vissuta, o forse tradita. 

E' una valigia che vorrebbe partire, camminare su strade polverose e solcare mari tempestosi. E trovare riposo nell'unico luogo dove permetterà di essere aperta. 
Non lo sa, qual'è quel luogo, ne dov'è, ne che aspetto avrà. Non sa nemmeno se esiste. Sa che quando lo avrà trovato si aprirà. Forse per restare, o forse per riempirsi di nuovo di altra vita e ripartire per un altro cammino. 

Ci sono dentro vestiti nuovi e vestiti vecchi, risate ed errori. Ci sono dentro sguardi che trafiggono e mani che accarezzano. Ci sono dentro amore e rancore. Impermeabili e gonne a fiori. 
C'è dentro un cannocchiale e una lente d'ingrandimento, per guardare lontano e dentro di sé. 
C'è un piccolo scrigno di cui s'è perduta la chiave.  
E una larva che si è annidata tra i vestiti. Forse diventerà farfalla, o forse tarma che divora.

Non sa chi afferrerà la sua maniglia, ne il suo aspetto o la sua età. Sa solo che dovrà essere forte, perché sulle spalle la Valigia Blu può essere molto pesante. O leggera come una piuma. 

La Valigia Blu aspetta.
Piena. 



domenica 13 maggio 2018

Garfagnana - Il tempo sa che tornerai. E ti aspetta.

Capita a volte di tornare nei luoghi dell'infanzia, dopo una vita. E di accorgersi che quei trent'anni sono durati solo un giorno.
Il tempo scorre, forse. O forse non scorre affatto, e ci aspetta, paziente, in qualche luogo in cui prima o poi sa che ritorneremo.
Questo è un racconto senza foto. Perché non ce ne sono state, e perché non ne ha bisogno.
Capita per caso (caso? no, non capita nulla per caso) di arrampicarsi sulle montagne della Garfagnana. Vallate abitate solo da foreste silenziose, frementi nella primavera. Verde fresco, giovane, che urla la voglia di esplodere. Profumo intenso dei fiori di robinia. Sentitelo quel profumo.
Non ci sono foto, no, ma ci sono profumi.
Capita che decidi di andare fin su, in quel paesino dove hai trascorso tante giornate della tua infanzia. Infanzia davvero. Trent'anni sono passati. Forse di più. Passati?
La curiosità di rivedere quelle due strade, di risentire quei profumi e quei sapori che ancora, quando ci pensi, risenti in bocca e nel naso. I camini accesi, la pizza con le acciughe del forno di fronte all'albergo. Sento ancora quel sapore.
La voce squillante della padrona dell'albergo. Le statuine del presepe che dipingevo con la signora che mi teneva durante il giorno, mentre il babbo e la mamma lavoravano sulle montagne.
Sento ancora i toni delle voci.
Ma quelle persone erano grandi. Dopo trent'anni, il tempo che passa, che pensi che passi, che ti dicono che passa, lui, se le sarà portate via. E si sarà portato via i profumi, i sapori, le voci.
Ma qualcosa ti tira, ti attrae, e tu vai.

Vai. Sali. Curve nel bosco. Salita. Vai. Arrivi.

Arrivi là dove il tempo ti aspettava. Sapeva che saresti tornata.
Il paese che pensavi cambiato, è quello di quando eri bambina.
Cammini perplessa, quasi sulle uova, per non far rumore. Le porte, le finestre. Gli anziani davanti al circolo. L'odore dei camini accesi. Tutto è rimasto. Tutto ti ha aspettato.

La porta di quell'albergo, strano, non sembra cambiato nulla. E le persone, che i tuoi occhi di bambina avevano visto anziane, ecco, adesso hanno la stessa età di trent'anni prima. Il tempo ti ha aspettato.
E la voce in un lampo gira il paese. "E' tornata quella bambina!"
Per loro sei uguale. Per te sono uguali.
Quel tempo non è passato.

Il tempo sa che tornerai. E ti aspetta.







giovedì 15 marzo 2018

Bosco del Sasseto (VT) - La profondità di una goccia di pioggia

Quando si parte ci si illude di viaggiare in luoghi lontani. E poi ci troviamo a camminare dentro noi stessi.



Questo è stato un viaggio attraverso la pioggia. Pioggia violenta sul vetro della macchina, pioggia che ha pianto sconsolata sul mio impermeabile, pioggia che mi ha graffiato la faccia, lasciando l'impronta delle sue dita fredde.




Questo è stato un viaggio nella nebbia, quella che avvolge il bosco e che sfuma alberi e pensieri,  nebbia dell'anima, e di tronchi e di misteri che nasconde un legno marcio, una radice caduta, stupita di non essere più circondata dalla dolce terra, sbattuta nell'aria, dove non sa respirare.
Si sente persa, e chiama, urla, grida, finché tutti gli insetti del bosco non vengono a consolarla.




Questo è stato un viaggio nella profondità di ogni singola goccia, nella trasparenza, e nell'opacità. Di ogni goccia viva in sé stessa, diversa da ogni altra nella sua breve esistenza, capace di diventare mare quando abbraccia le altre.




E' stato un viaggio di tronchi contorti, di odori pungenti di animali selvatici e terra bagnata. E' stato un viaggio in un sogno, in un mistero, in una favola. In un bosco che è il bosco dell'anima.
Viaggio nella decomposizione, nella morte che se la guardi da vicino è piena di vita, nel fango, in quello che chiamate "sporco", ma che è la materia di cui siete fatti.




Un bosco in cui ci si perde, in cui le rocce partoriscono alberi, un bosco di anfratti misteriosi, di qualcosa che ti sembra conosciuto ma che in realtà non capisci, ti sfugge. Il muschio che ricopre quello che non si può vedere, tiene nascosto agli occhi umani la vita che brulica nelle viscere.




E' stato un viaggio nel silenzio e nel nel deserto, perchè nessun uomo c'era nel mio cammino, nessuna donna, nessun essere umano mi è passato davanti, ha incrociato la mia strada.
Solo il canto degli uccelli, il suono della pioggia, solo i bisbigli di esseri misteriosi, che non si sono fatti vedere ma si sentivano, presenti nel bosco incantato, presenti nel profondo di me stessa.




Mi sono fermata, ho lasciato che i pensieri scorressero, che la fantasia viaggiasse. Non ho paura a immergermi nelle favole, a tornare una bambina che parla con le fate. Non andate in quel bosco se siete adulti e maturi, se per voi le fiabe non esistono, se la realtà è scienza e tutto il resto non conta nulla. Non ci andate se pensate di non essere più bambini e ve ne fate un vanto. Perché quel bosco strapperà via da voi la vostra età adulta, vi spellerà a carne viva della vostra razionalità. Farà un buco nel vostro cuore e tirerà fuori quel bambino che pensavate di aver sepolto.















martedì 6 febbraio 2018

Etiopia 2017 - Giorno 14 - L'Acqua, la Desiderata


Stamani alle 6 è ancora buio. Freddo. 
Usciamo dall'albergo in silenzio, ci avviamo verso il luogo dove ieri hanno portato l'Arca dell'Alleanza. 
E' una grande spianata gremita di gente. 



Candele e anime accese. Luce gialla. Preghiere nel freddo della notte.
Uomini e donne avvolti nelle nezelà bianche attendono. Vegliano. Pregano. Leggono. Mormorano canti antichi. Gli occhi appesantiti dal sonno. Le anime leggere della fede.



Quiete. Attesa. Il fiato è quasi sospeso. Le anime frugano dentro se stesse. Alla ricerca di Dio.



Lentamente, su quella massa infreddolita, il cielo si fa più chiaro. L'ora più fredda della notte accoglie l'alba.
La luce diventa bianca. La folla diventa bianca.
Canti e preghiere.


Poi arriva il sole. Ancora canti e preghiere. E volti che lentamente si alzano.


Arrivano i sacerdoti, arrivano i danzatori. La folla si scuote dal torpore, i canti si fanno più alti, i tamburi iniziano a suonare, i danzatori si muovono al ritmo delle preghiere. Risveglio.




E poi arriva Lei. L'Acqua. La Sacra. La Preziosa. La Vita. Colei che lava e dona salvezza.
Arriva con gli idranti, sopra la folla.
Arriva con violenza. Con abbondanza. La Desiderata. Grida di festa, battesimo di gioia.
Uomini donne bambini, si accalcano, si lavano, cercano di raccolgiere l'acqua in contenitori portati da casa.




La gioia che si fa carne. L'acqua che mescola le anime e lava la fatica di vivere.
Il silenzio della notte è scomparso. La vita esplode assieme alla luce del sole.



E poi, ripartiamo. Anche noi con l'anima lavata, intrisa di odori e suoni. Infreddolita e grata.


Il viaggio prosegue. Montagne e vallate. Popolazioni che cambiano, tornano, migrano, camminano. Un villaggio dopo un altro. Un viaggio dopo l'altro. Un popolo dopo l'altro. 


E poi il punto più alto del nostro viaggio. 3.200m s.l.m.. Thorna Ber.
Foreste di eucalipti e ginepri.
In cima pascoli e campi. Una luce abbagliante.
All'andata non mi ero accorta di quanto è bello questo posto.
Mi ricorda le Alpi. Le mie Alpi.
E penso: se un giorno perdessi tutto, o se volessi perdermi, fuggire dal mio mondo, ecco, mi perderei qui. Una capanna di pietre e paglia, qualche capra, un campicello, un laboratorio per trasformare il ginepro e l'eucalipto, un posto per far lavorare le persone.




Questo posto mi commuove. La sua bellezza mi commuove. I miei occhi guardano ammutoliti.



Ancora Timkat, a Debre Berhan. Ancora folle bianche, e cavalieri, e danze e canti. E scherzi di colore.
Ci accompagnano in questa nostra ultima tappa.





Saluto Addis, questa ultima notte.
In albergo da sola, dopo due settimane incessantemente insieme a tante persone. E' strano rientrare nella "normalità".
Saluto il nostro "accompagnatore", il poeta, l'uomo che guarda con tenerezza. L'uomo che racconta storie in silenzio. L'uomo in cui entrano tutte le storie, ed alcune escono raccontate. Le altre devono perdersi dentro di lui, da qualche parte misteriosa. So che cammineremo ancora insieme.

Il giorno dopo, la partenza  per l'Italia.
Arrivo a Roma alle 6 di mattina, ancora è buio.
L'alba arriva, lentamente.
La mia alba. Quella che mi ha accompagnata in questo viaggio. Che non finisce, ma che diventa un altro viaggio.
Com'è diverso questo mondo.
Davvero ho visto Dallol? Davvero ho tremato sul cratere dell'Erta Ale? Davvero mi sono riempita di sabbia ad Ahmed Ela? Davvero i miei occhi si sono smarriti nel "nulla"?
Vacillo.
L'alba di oggi mi appare lenta e fredda tra i palazzi di Roma.

lunedì 4 dicembre 2017

Etiopia 2017 - Giorno 13 - La chiusura del Cerchio

Giornata di viaggio, questa. Siamo di nuovo a Semera. Chiusura di un cerchio.


Lungo viaggio, quello di oggi. Dalle rupi di Gheralta attraverso Tigray e Amhara, fino a quella che era stata la prima tappa del viaggio. E che ora è l'ultima.



Viaggio attraverso le montagne e le grandi pianure fertili tra di esse.
Viaggio tra polvere e boschi di manghi e papaye. 



Viaggio nella vigilia di Timkat, il Battesimo di Gesù. Qui, l'Epifania. Una delle feste più importanti.



Ogni villaggio, un corteo. Ogni corteo, una festa.
Si accompagna l'Arca dell'Alleanza con canti, danze, grida, suoni, colori, verso un luogo d'acqua, luogo di Battesimo.
Un viaggio, anche il suo. Viaggi nel nostro viaggio.



Là, sarà vegliata tutta la notte. Senza sosta. Senza sonno.
All'alba il Battesimo. Del Messia e di tutto il popolo. Poi l'Arca tornerà in chiesa.

Ogni paese, una processione. Bisogna fermarsi. Aspettare. Mescolarsi alla folla. Inebriarsi di colori, stordirsi di canti. Perdersi tra i volti. La testa gira come i danzatori.








Viaggio nei viaggi. Viaggi nel viaggio.


La strada è lunga. Ogni villaggio un corteo. Ogni villaggio un viaggio. Viaggio negli sguardi, viaggio nell'Umanità.






Colori, musica, folla, confusione. Negli occhi.

Ma dentro. Dentro ancora Lei. Dentro ancora la Dancalia. Il caldo che rallenta i movimenti e i penieri. La forza dell'Erta Ale, che ti fa sentire nullità. Il vuoto del deserto e della piana del sale. Gli scherzi di Dallol. Il lago che cammina. Gli Afar che camminano.
Il tempo scandito solo da albe e tramonti.
L'assenza di pensieri. Il vuoto.

E questo viaggio di ritorno. Questo cerchio che si chiude. Lentamente. Come un riemergere, un risvegliarsi. Stiracchiandosi ancora un po' nel dormiveglia.

Il mio mondo sembra ancora così lontano.





mercoledì 22 novembre 2017

Etiopia 2017 - Giorno 12 - Preghiere di roccia

Sono passati molti mesi da quando ho scritto il giorno 11. Ma i viaggi, quelli dentro l'anima, restano in attesa. Aspettano, come gli Afar. Restano dentro di te, pazienti, come la Dancalia. Sanno che ci sarà un momento nel quale tu tornerai da loro.

Gheralta. Ieri sera ho fatto la doccia, dopo molti giorni. Impari che non è scontato farsi la doccia. Sensazione di provare una cosa nuova, quasi mi stupisco dell'acqua che scorre sul mio corpo.....

Il mio orologio biologico ormai si è regolato sull'alba. Il corpo riprende il suo ritmo naturale, ancestrale, di albe e tramonti.
Il buio artificiale della finestra chiusa mi sembra una gabbia.


Ma l'alba che fa arrossire lieve le gote delle montagne lontane mi riporta all'estasi della bellezza.


L'altopiano è il regno dei sicomori, tronchi e radici intrecciate alla roccia e alle vite degli uomini. Alberi che si arrampicano, e uomini e donne che si arrampicano.



Ci si arrampica verso il Cielo, verso i monasteri rupestri. Verso le impervie pareti dell'anima.
Chiese scavate nella roccia, dai monaci, a mani nude.
Donne che salgono e scendono con gli abiti della festa, da luoghi dove noi facciamo fatica a salire in tenuta da trekking.
Loro salgono e scendono, cantano, parlano a voce alta. Sulle schiene portano bambini, e vassoi, e cibo per la festa.



Al monastero si sale all'alba. Attraverso kanyon stretti tra le rocce rosse e la luna.




Un cammino che toglie il respiro.
La pendenza, l'altezza, il vuoto sotto. Il vuoto dentro. L'apnea per la bellezza.


E durante la salita ci si ferma a riposare. E a giocare. Sulla parete.
Perchè la salita è una festa. La vita è una festa.
Il gioco ti fa riprendere fiato, nella salita verso la montagna della vita. E dopo riparti più lieto, e la salita sembra più dolce.


In cima l'uomo ha costruito i suoi rifugi per l'anima, per proteggerla dai predoni, dal male, dall'inganno. Li ha costruiti col sudore e con la sua arte.
Mariam Kerket.



Là salgono le donne a battezzare le vite appena nate. Bianche, quasi trasparenti, creature irreali nella penombra dell'incenso.



Fuori il sole è talmente abbagliante che ti brucia gli occhi, la mente, le mani. Non puoi vedere se non dentro di te. 


E se hai non hai paura del vuoto, se non hai paura di guardare troppo lontano, se non hai paura di sentirti un granello di sabbia attacato a una parete, che il vento può trascinare via in ogni momento, se non hai paura puoi arrivare a Daniel Kerket.




Devi piegarti. Devi chinare la testa per entrare. Devi voltare le spalle al vuoto. Una porticina stretta abbarbicata alla parete. Entrare è come rientrare nel grembo della Terra, nel grembo della Madre.


La Madre senza volto ma con grandi occhi per vedere nel profondo di te.



Poi esci di nuovo nel sole accecante, e con i canti delle donne scendi di nuovo sulla Terra, che ti accoglie quasi con sollievo.



Suonano al vento centinaia di campanelle nelle chiese ortodosse. Accolgono il soffio lieve della tua presenza, festeggiano la bellezza che le circonda, ringraziano la fede semplice della loro gente.



Un altro giorno sull'altopiano. Nel cuore e nell'anima del Tigray.

Tempo di bilanci. La mente corre ancora alla Dancalia, vuoto e pieno assoluti, vuoto in cui galleggiano miraggi che diventano reali, e poi di nuovo svaniscono.
Come la vita un grande spazio vuoto, che si riempie di illusioni. Cerchi di uscirne ma non puoi.
Come il lago Assalè, l'uomo cammina alla ricerca di una via di fuga. Ma non la troverà mai. Non esiste.

Domani il viaggio continuerà. Nella vita e su questo altopiano.